Qualunque cosa dirai, sarà usata contro di te....

Articolo di:
Marco Bonarelli

“Hai il diritto di non parlare. Qualunque cosa dirai, sarà usata contro di te in tribunale…. “.  Quante volte abbiamo visto e ascoltato sul grande schermo il poliziotto americano “leggere i diritti” all’arrestato di turno? Lo stereotipo ci presenta il poliziotto un po’ contrariato, nonostante l’evidente soddisfazione per il successo dell’indagine. 

Quell’immagine mi sembra una bella rappresentazione di come la Metafisica della Qualità dipinge il rapporto fra lo schema sociale, qui rappresentato dal mestiere del poliziotto, e lo schema intellettuale, qui rappresentato dai diritti dell’arrestato. Come detto più volte, la MOQ sostiene la superiorità degli schemi intellettuali (idee, concetti, paradigmi, filosofie) sugli schemi sociali (tradizioni, riti, gerarchie, mercati, culture). Senza mezze parole, Pirsig afferma che “è più morale che un’idea distrugga una società che non il contrario”.   Corollario a quest’impostazione è ovviamente la superiorità dell’individuo, che è generatore d’idee, sulla società, che di norma invece esprime una sorta di “difesa immunitaria” contro le idee emergenti.  I diritti umani, che assicurano libertà di parola e di associazione, giusto processo e rappresentatività politica, hanno un preciso posto nell’universo di Pirsig: sono una sorta di “guardiani” con il compito di controllare che la società non freni una sana attività individuale ed intellettuale.  Ecco perché al nostro poliziotto, difensore dell’ordine sociale, dà un po’ fastidio “leggere i diritti”.  Se fosse per lui, il delinquente andrebbe eliminato senza tante manfrine; ma sul più bello arrivano “i diritti” a difenderlo. Attenzione, non è che con questo si vuole affermare che il delinquente sia moralmente superiore al tutore dell’ordine: soltanto che la presunzione d’innocenza e il diritto alla non-conformità devono poter prevalere sull’ordine costituito. 

A questo punto è inevitabile chiedersi: “Quali idee ?” Tutte le idee, ma proprio tutte, hanno il diritto di “distruggere una società”?  No, certo.   Non va dimenticato che esiste un livello morale superiore anche all’intelletto, ai diritti dell’individuo e alle sue idee: la Qualità Dinamica, la forza indefinibile che sostiene l’evoluzione verso il meglio, verso la creazione di valore. Le idee non sono tutte uguali, ed il miglior modo per distinguere le idee buone da quelle cattive è vedere quali vanno nella direzione di creare valore e quali no.

Come? Pragmaticamente, dai risultati.  Secondo la MOQ, il livello intellettuale, quello, per capirci, della conoscenza e della ragione, della filosofia e della scienza, dei diritti umani e delle arti, è sorto in primo luogo al servizio della società, e non può esimersi dal suo compito principale, che è quello di fornire soluzioni:

«dal punto di vista dell’evoluzione, lo scopo dell’intelletto non è mai stato la ricerca del significato ultimo dell’universo: questa è una mania relativamente recente. La funzione storica dell’intelletto è di aiutare la società a trovare il modo di nutrire i suoi membri, di individuare i pericoli e di sconfiggere i nemici. Funzioni che esso può assolvere più o meno bene, secondo i concetti che inventa allo scopo… Alla domanda: “Qual è lo scopo della conoscenza intellettuale?”, la Metafisica della Qualità risponde: “La conservazione ed il perfezionamento dinamico della società”. Poi la conoscenza si è allontanata dalla sua funzione storica, diventando essa stessa un fine, così come la società si è allontanata dalla sua funzione originale di preservare l’essere umano fisico, diventando essa stessa un fine».

Diviene chiaro allora quel: “qualunque cosa dirai sarà usata contro di te in tribunale”.  I concetti che inventi, caro individuo, devono essere testati e verificati in ambito sociale; se saranno ritenuti validi, sarai premiato; altrimenti, ne pagherai le conseguenze. 

 Lo stesso vale se siamo chiamati non tanto a discolparci di qualche crimine, ma semplicemente a dare il nostro contributo all’azienda, alla nazione o alla famiglia.  Il nostro valore individuale va verificato in ambito sociale.  Purtroppo in molte aziende l’avvertimento “qualunque cosa dirai sarà usata contro di te” campeggia, a lettere ben chiare anche se non scritte, sulle pareti delle sale riunioni. Accade là dove l’individuo è sentito più come una minaccia (sottoposto quindi ad un trattamento quasi poliziesco) che come risorsa. In quei casi è purtroppo vero che avvalersi della facoltà di non parlare serve ad evitare seccature. Ma, riallacciandomi al discorso già affrontato due numeri fa su queste pagine, alla lunga soffocare l’individualità non paga; è quando invece si instaura un rapporto collaborativo che ha luogo quel gioco positivo grazie al quale si crea valore sia a beneficio dell’azienda che dell’individuo: da un lato l’azienda guadagna in capacità adattativa e reattività, demandando a singoli di valore un sempre maggiore potere decisionale; dall’altro lato, l’individuo cresce: da dannoso “utile idiota” a utile individuo consapevole. Consapevole di sé e del proprio ruolo nel suo mondo.

Quello che la MOQ suggerisce dunque agli individui alla ricerca di se stessi, è partecipare, dialogare; rinunciare al diritto di non parlare e mettere in gioco le proprie opinioni. Possibilmente, con l’atteggiamento pragmatico e Dinamico di chi è disposto a verificarne la validità ed eventualmente cambiare idea… il che non sempre è facile. Infatti, più o meno proviamo tutti una bella soddisfazione quando ci sentiamo dire “hai ragione”, mentre siamo molto più riluttanti a dare ragione agli altri.  Da un certo punto di vista, questo atteggiamento appare censurabile, indicatore di una certa chiusura mentale e forse anche spia di una qualche tendenza a quell’invidia che Minghetti ha stigmatizzato nel suo editoriale; ma che forse, dato che il fenomeno è del tutto naturale, vale la pena di indagarlo secondo meccanismi più profondi.

Sono stati fatti diversi tentativi di trovare analogie fra i meccanismi di scambio di informazioni culturali e i meccanismi di trasmissione genetica. Il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza, in “Geni, Popoli e Lingue” spiega che la cultura (intesa come insieme di informazioni non genetiche che possono essere scambiate fra individui della stessa specie) nasce in primo luogo come estensione del corredo cromosomico. Grazie alla conoscenza culturale (e non genetica) delle piante velenose, ad esempio, è possibile mangiare funghi senza correre rischi di avvelenamento. Così, invece di aspettare i tempi lunghi della biologia, l’Uomo può imparare rapidamente a evitare cibi pericolosi.

Cavalli-Sforza ha rilevato molte analogie fra trasmissione culturale e trasmissione genetica, arrivando a descriverle secondo schemi simili. Esiste una “trasmissione verticale”, dai genitori ai figli, che ricalca i meccanismi genetici;  lenta, rimane tipica dell’ambiente familiare, e non si differisce granché dalla trasmissione genetica, se non per il fatto che è possibile trasmetterla anche a figli adottivi.

Esistono poi tre tipi di “trasmissione orizzontale”, i cui meccanismi fanno pensare ad una sorta di epidemia, poiché sono in grado di “contagiare” rapidamente una o più persone. C’è quella “da uno a molti”, o “magistrale”, tipica delle situazioni in cui una figura carismatica è in grado di influenzare le menti di un gruppo di persone; quella “da  molti a uno”, o “concertata” che all’opposto tende ad una affiliazione di un nuovo elemento in un gruppo chiuso; e quella “da uno a uno” che evidentemente è quella più libera da vincoli sociali.

Nel primo caso la forma normale di comunicazione è il monologo. L’indiscussa presenza di un leader fa sì che le sue idee siano rapidamente trasmesse a tutti i colleghi. Il vantaggio è che è il tipo di trasmissione più efficiente, in quanto  può raggiungere un alto numero di persone in brevissimo tempo, soprattutto nell’era dell’informazione. Per contro, tutto dipende dal leader e si tende in breve tempo ad un’omogeneità culturale ben poco dinamica. L’unica possibilità di inserire con successo delle novità deriva dalla creatività del leader, o dai contatti che il leader ha con l’esterno.

Nel secondo caso, la forma normale di comunicazione è l’indottrinamento. E’ il tipo di trasmissione più efficace, in quanto il rischio di mutazione è pressoché nullo. L’omogeneità è un dogma, e prima di ammettere un nuovo individuo gli si fa una sorta di “lavaggio  del cervello” per renderlo clone, uguale agli altri. Unico vantaggio è l’altissima coesione e l’intercambiabilità fra gli individui, che tendono a muoversi come un corpo unico. Per contro, siamo in presenza di una situazione molto statica e difficile da modificare.  In pratica, nessuna novità filtra dall’esterno, e la creatività è sentita come un tradimento.

Nel terzo caso, infine, la forma normale di comunicazione è il dialogo.  Siamo in presenza di una struttura piuttosto anarchica ma decisamente dinamica: il passaggio da uno a uno rende alta la possibilità di vere e proprie mutazioni. Creatività e contatti con l’esterno non subiscono controlli.  Il rovescio della medaglia sta nella difficoltà di coordinamento fra gli individui.

Ognuno può divertirsi ad applicare, secondo la propria esperienza, lo schema (o il mix fra i tre ) che descrive meglio il flusso delle  informazioni all’interno della propria azienda nelle varie occasioni.

Recentemente altri scienziati hanno coniato un termine ad hoc per definire le “unità di trasmissione culturale”. Il termine è “meme” (per assonanza con “gene” e con il termine francese même=medesimo), ed è stato coniato nel 1976 da Daniel Dennet e Susan Blackmore, per indicare qualunque cosa si replichi venendo trasmesso di cervello in cervello, attraverso qualunque mezzo di copiatura disponibile. E “memetica” è la scienza che studia la trasmissione dei memi. Secondo questa scienza, i concetti che  popolano la nostra mente vanno considerati alla stregua di caratteristiche genetiche che hanno il compito naturale di perpetuarsi.  Analogamente al gene, informazione biologica che viene trasmessa per copia dai genitori ai figli, il meme viene trasmesso per imitazione da un cervello all’altro. Può trattarsi di buone idee, ritornelli di canzoni, poesie, tormentoni senza senso…   Ora, secondo la memetica, è naturale che i memi si diffondano seguendo le leggi della selezione naturale.  Ci saranno memi che sopravvivono perché più adatti, ed altri che soccombono. Ci saranno mutazioni dovute ad una sorta di “errore di copiatura” da cui possono nascere intere nuove culture.

Proseguendo nel ragionamento, possiamo dare una spiegazione a quella soddisfazione che proviamo quando ci sentiamo dire “hai ragione”:  non sarebbe altro che la ricompensa che i nostri memi ci riservano quando abbiamo saputo difenderli e propagarli.  E c’è davvero un’analogia con la trasmissione genetica: la soddisfazione che si prova a seguito di un atto sessuale è la ricompensa che i nostri geni ci riservano per averli propagati.

Cosa se ne ricava? Che richiuderci in noi stessi non fa buon servizio ai nostri memi. Non dialogare è un diritto, ma è anche il corrispondente culturale dell’astinenza sessuale: ha un che di purezza, ma porta all’inevitabile estinzione del nostro corredo memetico. Esattamente come in amore, dobbiamo superare la paura di metterci in gioco, che è paura di perdere la nostra identità: è una tattica difensiva che alla lunga non paga. Ed esattamente in azienda come in amore, l’invidia e il rancore sono sentimenti naturali di chi si sente escluso, ovvero, di chi non ha saputo o non gli è stato concesso di propagare il proprio patrimonio culturale.

C’è un vantaggio però rispetto alla genetica: soprattutto se l’ambiente nel quale mettiamo in gioco i nostri memi è quello del dialogo, anche a perdere si guadagna. Se i nostri memi risulteranno sconfitti, vorrà dire che ne avremo acquisiti dei nuovi, forse migliori, che arricchiscono il nostro corredo individuale. Consapevoli di ciò, possiamo ora partecipare alla riunione di domani mattina con l’animo sereno di chi sa che difendere i propri memi è giusto, tanto quanto è giusto, alla fine, accettare di vederli soccombere al cospetto di memi migliori. Non parlare è certamente nostro diritto; ma dialogare è meglio.